La Biostatistica

sangue44L’obiettivo principale della Biostatistica è quantificare l’incertezza che deriva dalla variabilità intrinseca ai fenomeni biologici, infatti diversi fattori contribuiscono a differenziare i soggetti in studio (ad esempio aspetto esteriore, attività fisiologiche, fattori genetici). Spesso l’esistenza di un’altra fonte di variabilità in uno stesso individuo dovuta al tempo o ad altri fattori (metabolici, emozionali, etc.), complica ulteriormente il problema. La Biostatistica, facendo propri gli strumenti della statistica, ci permette di indagare circa l’efficacia o meno di terapie e/o verificare se un qualche problema di natura medica o affine possa dipendere da specifici fattori. Piuttosto non esiste una vera è propria distinzione dalla statistica, ma è la circoscrizione a determinati campi d’indagine a contestualizzare la Biostatistica.

Nonostante la Medicina sta diventando sempre più quantitativa e la statistica pervade la letteratura medica, spesso gli utenti cui sono destinati i risultati finali delle analisi biostatistiche fanno parte del personale medico e di ricerca, pertanto non sempre esperti di statistica. È fondamentale per il Biostatistico presentare i risultati nel modo più semplice e intuitivo possibile, prevenendo in tutti i modi un’errata interpretazione dei dati da parte degli utenti finali, magari evitando di appesantire il problemamedic-563423_960_720 con tecniche troppo sofisticate che potrebbero portare ad una errata definizione dell’analisi o addirittura alla non fruibilità dei risultati dalla parte dei medici e ricercatori. Allo stesso modo risulta fondamentale la partecipazione del biostatistico sin dalle fasi più precoci di un indagine – cioè dalla definizione del disegno campionario. Fino a non molto tempo fa era prassi interpellare l’esperto di statistica dopo la conclusione della sperimentazione, con effetti tutt’altro che positivi. Infatti capitava non di rado che i dati raccolti fossero poco utili agli obiettivi dello studio o addirittura fuorvianti.

Alla luce di tutte queste riflessioni, il ruolo del Biostatistico diventa indispensabile per generare e tradurre quella grande quantità di numeri che provengono dalla ricerca medica in informazione, terapie e spunti per future ricerche. È una figura che possiede le chiavi di lettura che potrebbero apparentemente sembrare alla portata di tutti grazie allo sviluppo dei software statistici sempre più potenti che con pochi clic permettono di elaborare in pochi minuti enormi quantità di dati.

Interessante è il punto di vista di Nicola Magnavita: “Grazie ad un personal computer, chiunque può oggi eseguire calcoli statistici assai complessi, che avrebbero richiesto fino a poco fa giorni e giorni di tempo. Con la stessa rapidità è possibile avere “in tempo reale” un’elaborazione grafica dei dati. L’unica cosa ch non è cambiata rispetto al passato, è la necessità di comprendere quello che si deve fare, o quello che si sta facendo. È purtroppo in grande crescita la tribù degli “idioti informatici”, delle persone cioè che immettono dati nei computer, tirano fuori grafici e numeri, senza avere alcuna idea chiara su ciò che stanno facendo. Per chi opera nella sanità, è diventato un dovere morale smascherare chi usa male la statistica (o chi non la usa affatto, e spaccia per risultati scientifici quelle che sono in realtà le sue personali opinioni) come lo era in passato quello di smascherare i ciarlatani che vendevano l’elisir di lunga vita” (Magnavita, Nicola. Note di statistica medica. ISU-Università cattolica, 1996.)

L’applicazione della Statistica a problemi di natura medica, e quindi la nascita della Statistica Medica si potrebbe attribuire ai primi studi di Giuseppe Ferrario nell’ottocento, lasciandoci interessanti documenti sulle condizioni socio-economiche ed epidemiologiche della Lombardia dell’epoca.

Al I congresso degli scienziati italiani a Pisa, nel 1839, suggerì l’utilizzo in tutta Italia di una tavola statistica clinica e presentò il progetto di un ospedale strutturato in diverse sale in grado di accogliere numerosi malati, ognuna delle quali affidata alla direzione di un clinico seguace di una determinata corrente (omeopata, allopata, sostenitore della necessità di praticare frequenti salassi), così da potere giudicare, nelle stesse condizioni ambientali, quale dei vari metodi clinico-terapeutici risultasse più efficace. In pratica ancora oggi l’obiettivo principale della Statistica medica è rimasto immutato, cioè valutare se in due o più gruppi sussistono differenze significative rispetto a qualche variabile. Perlopiù saremo interessati ad un confronto tra individui sani e pazienti portatori di una determinata patologia, ma anche tra pazienti che hanno ricevuto diversi trattamenti medici. Quindi il cuore della Biostatistica e della ricerca medica in particolare, può essere individuato nei test inferenziali.

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© 2016 by Vincenzo Napoleone

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